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Thinking Lines. Andrea Ponsi: oggetti, allestimenti, architetture

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SESV Spazio Espositivo di Santa Verdiana
Firenze, 23 ottobre-8 novembre 2002

ottobre 2002
brossura cucito
cm 15x15; pp. 48
51 illustrazioni a colori e in b/n

88-7461-005-X italiano/inglese

«Quando Andrea Ponsi ha cominciato ad affiancare alla professione di architetto ed educatore un’intensa attività di autocostruzione basata sull’utilizzo di tubi e giunzioni in rame per usi idraulici, ha trovato un’occasione esemplare per verificare una delle idee per lui fondative: che dal poco può nascere il molto, dalla conoscenza di un materiale e dall’uso di semplici elementi costruttivi può svilupparsi anche una visione filosofica e una completa teoria progettuale.»

Realizzato in collaborazione con il SESV Spazio Espositivo di Santa Verdiana, il volume illustra sei allestimenti o progetti già realizzati o in fase di realizzazione a Santiago del Cile, Roma, Arezzo, Los Angeles, Marina di Pietrasanta e Møn (Danimarca). Il volume è introdotto dal saggio di Richard Ingersoll Andrea Ponsi. Slow Design.

Da “Andrea Ponsi: linee autobiografiche”
«Dopo avere studiato architettura in Italia, Inghilterra e Stati Uniti, avere lavorato per circa dieci anni in studi professionali di San Francisco e insegnato in istituti d’arte e università californiane, è stato con il ritorno in Italia che ho cominciato a ricollegare le linee di pensiero a lungo coltivate. Queste linee si sono sviluppate prima su piccola scala; utilizzando giunti e tubi di rame ho costruito oggetti, strumenti, mobili per il mio studio. Attraverso questo modo di relazionarmi con il design mi sono convinto che con il poco si può fare il molto, che tutte le idee, incluse quelle “sorpassate” (mobili con giunzioni idrauliche) non devono mai essere buttate via, anche se c’è sempre chi continua a consigliartelo. Col tempo queste linee di rame si sono trasformate in progetti di arredamenti per uffici, case, negozi, allestimenti per mostre. Il passaggio al pensare per linee a scala architettonica è avvenuto quando, dopo dieci anni di relativa inattività nel campo, decisi di partecipare al concorso per il Palos Verdes Art Center a Los Angeles. Un edificio in California, una scuola, un centro d’arte né piccolo né troppo grande: un’ottima occasione per chiudere un primo cerchio, quello che ancora riusciva a contenere le lontane memorie della West Coast. Le linee di legno del “sentiero nel bosco” – tale il nome che avevo dato alla proposta – erano state bene accolte ed il progetto era risultato il vincitore. In questo lavoro, come in quelli che sono seguiti, ho cercato di sviluppare poche ma chiare premesse: che l’architettura deve riflettere un’attitudine di sensibilità e adattamento alla fragilità dell’ambiente; che gli spazi devono essere insieme semplici e indeterminati, basati più su una bellezza di tipo allusivo che non spettacolare, e devono cercare di trasmettere sensazioni di calma armonia anziché adottare linguaggi astrattamente teorici o rispecchiare nervosamente le contraddizioni del nostro presente. Occorreva continuare a lavorare su queste idee. Negli ultimi due anni mi sono dunque dedicato alla progettazione di edifici e proposte a scala urbanistica. Questo senza tralasciare incarichi per spazi più intimi, interni commerciali o piccoli padiglioni espositivi dove è possibile concentrarsi sui più piccoli dettagli. Poi, quando durante la giornata mi decido ad astrarmi dal lavoro dovuto, allora sento che gli acquerelli mi chiamano con una forza da sirena per chiedermi di disegnare oggetti, viste del mio studio, prospettive di piazze, alberi, colline, linee di costa, mappe soggettive, scorci di città reali, irreali, ricordate, analoghe.»