Arte e scuola: confini e sfide di una missione pedagogica 28 Maggio 2019 – Edito in: MandrAgorà

Come avviene l’incontro tra Arte e infanzia? E tra Arte e adolescenza? Cosa produce, cosa comporta? Con quali divergenze e, al contrario, punti di contatto? E, soprattutto, che responsabilità possiede e quali sfide deve affrontare l’insegnante?

Predisporre il mondo dell’arte agli occhi e a tutti i sensi del bambino significa educarlo fin dall’inizio a discernere un criterio di giudizio fondamentale, ovvero il bello – a saperlo cogliere, apprezzare, e (anche) mettere in discussione. Imprescindibile dunque in vista della definizione, oltre che della cultura, soprattutto del gusto dei più piccoli, avvicinare questi ultimi all’arte non pare affatto una missione semplice. Analogamente introdurre al mondo dell’arte l’adolescente significa intervenire sulla sua formazione in un momento cruciale – i suoi punti di riferimento oscillano ed è difficile nutrire certezze; in quest’ultimo caso si ha a che fare con una fase decisiva della crescita, ovvero con gli anni in cui va definendosi quel pensiero critico da cui dipenderà il futuro orientamento del ragazzo.

Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, 1509-1511

Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, 1509-1511

Infondere l’arte: scelta di un metodo

Ornella Musoni

Vista la giovane età dei miei alunni, ritengo che il punto di partenza per avvicinarli ad argomenti come l’arte debba necessariamente essere “l’osservazione”; solo partendo da un testo in cui le immagini possano essere esplicative si può iniziare a cogliere l’attenzione dei bambini, anzi spesso le uso proiettandole sulla LIM in maniera che insieme possiamo approfondire i particolari di quello che stiamo vedendo per poi passare a svolgere il progetto vero e proprio che li vede coinvolti in tutti i campi di esperienza come l’area linguistica, motoria, creativa, logico-matematica, musicale e di lingua straniera. Alla fine di queste attività è il bambino stesso protagonista del suo lavoro così come lo ha costruito attraverso le varie esperienze fatte nel corso dell’anno. Una biblioteca scolastica ben fornita può essere un valido strumento di supporto ai vari progetti strutturati; in più vivere in una città come la nostra consente ai bambini di vedere di persona le opere d’arte di cui spesso parliamo a scuola.

Riccardo Spinelli

La lezione frontale, per quanto da tanti ritenuta superata, resta l’approccio più produttivo nella comunicazione didattica, soprattutto se supportata – come avviene nel mio Istituto – dalle moderne tecnologie informatiche. Sono sempre più convinto che la “spiega” sia il mezzo migliore per trasmettere l’entusiasmo (ove si ami la disciplina che si insegna) con il quale lo studente deve affrontare il programma. Inoltre, l’esperienza di un didatta, se preparato, porta inevitabilmente a una sintesi dei tanti concetti propri di un argomento, sintesi che diventa funzionale ad acquisire i “fondamentali” e le linee guida per decifrare e contestualizzare un problema. Ma la lezione “cattedratica” non deve essere statica, bensì dinamica: il coinvolgimento continuo degli studenti – che passano così dal ruolo di fruitori a quello di attori – è il vero segreto per smuovere l’interesse e l’attenzione sulle problematiche via via proposte. L’importante è ascoltare e stimolare, sempre, la riflessione anche quando questa possa sembrare, sulle prime, infantile: i ragazzi fanno spesso considerazioni spiazzanti, dimostrando, in tanti casi, un fine cervello.

L’arte al bambino e all’adolescente: peculiarità, criticità e sfide

O.M.

Indubbiamente la spontaneità del bambino è un’ottima base di partenza sulla quale poter costruire un percorso di motricità fine manuale e intellettuale. La “mancanza di filtri”, se da un lato è elemento positivo e naturale del bambino, dall’altra richiede una presenza e un’educazione mirata da parte dell’insegnante, onde evitare che questa apertura mentale possa sconfinare in una forma di acriticità. Questi sono gli anni veramente formativi per cui le esperienze che riusciremo a far fare loro ne segneranno la crescita emotiva e intellettuale, senza mai scordare la componente ludica propria di questa età. Per questo è anche molto importante la collaborazione tra la scuola e le famiglie, perché solo attraverso un pieno coinvolgimento reciproco potremo ottenere i migliori risultati. La sfida più grande è quella di educare i bambini al “bello” ma soprattutto di far loro “amare” quello che si sperimenta ogni giorno; la vera chiave di volta che ogni insegnante deve cercare di individuare è quella di ottenerne la fiducia e di entrare in empatia con ciascun bambino. Spesso ciò non è semplice vista la diversità delle varie culture di provenienza, l’affollamento delle classi, il vissuto pregresso, tutti elementi che dobbiamo cercare di omogeneizzare per poter far procedere la classe con la stessa velocità di crescita e senza lasciare nessuno indietro. Dopo tanti anni di insegnamento posso affermare che tra insegnante e alunni si viene a creare una simbiosi affettiva e emotiva che favorisce per entrambi una facilità nel fare scuola a totale vantaggio di un efficace apprendimento: questa è indubbiamente la sfida più grande da affrontare.

R.S.

I ragazzi sono naturalmente curiosi e vanno incentivati in questo loro percorso. Purtroppo il dilagare della moderna telefonia – un vero cancro – li porta a chiudersi in un mondo fatto non più di parole ma di immagini, nella maggior parte dei casi insulse e di nessun valore educativo. Non è dunque facile recuperare gli studenti al dialogo: in molti casi la loro (apparente) timidezza è dovuta a una disaffezione al naturale processo di comunicazione verbale. Per questo è vitale, per un insegnante, insistere sul confronto, proporre quesiti, stimolare riflessioni, spunti, ascoltare e valorizzare quello che viene comunicato. L’esperienza mi insegna che questa tecnica di approccio è vincente e, soprattutto, lascia un segno duraturo, compensando quell’appiattimento dialettico di cui si è detto.

Sicuramente una delle maggiori sfide del mio mestiere è avere una buona preparazione e una conoscenza della didattica (che nessuno ti insegna, alla fine: ci si fanno le ossa sul campo) abbinate al confronto con le altre materie afferenti all’area nella quale si opera. L’esigenza d’uno scambio costante con gli altri docenti, finalizzato all’elaborazione di programmi condivisi, è per me un obiettivo improcrastinabile nella prospettiva di narrare un’unica “storia”: certo, è necessario che gli eventuali colleghi coinvolti credano in questo percorso che, per essere compiutamente elaborato, richiede tempo e lavoro…

Oltre i circuiti scolastici: un’idea di progetto

O.M.

Solo una volta ho svolto attività “esterna”: siamo riusciti a ottenere una visita agli Uffizi nel giorno di chiusura e questo ha consentito ai bambini di assaporare e godere questo percorso grazie a una guida che ci ha accompagnato. Era un progetto sui sentimenti e le emozioni per cui abbiamo scelto alcune opere d’arte che potessero rappresentarle al meglio ad esempio la Medusa di Caravaggio (a indicare la paura), la Primavera di Botticelli (a indicare la grazia). Ho strutturato questa uscita didattica nella forma della “caccia al tesoro” dove ciascun bambino doveva autonomamente riconoscere, all’interno del percorso museale, l’opera che aveva già visto precedentemente a scuola. Vedere dal vivo ha generato forte emozione in tutti e ciascuno ha riportato i propri giudizi e sensazioni. Molte altre uscite didattiche sono state svolte invece all’interno del percorso scolastico grazie all’iniziativa comunale “le chiavi della città”.

R.S.

Credo nelle uscite didattiche fatte in giornata: la visita a un museo, a una chiesa, un percorso tematico in città lasciano un segno indelebile in molti degli studenti che spesso, purtroppo, hanno alle spalle famiglie impreparate e/o disinteressate alla loro educazione, non solo artistica. Nel caso del mio Istituto, decisamente importante si configura il contatto con la contemporaneità: gli incontri con gli artisti sono sempre motivo di fascinazione e riflessione da parte dei ragazzi, così come la visita agli ateliers e a quelle realtà “produttive” – stamperie, case di moda, laboratori ecc. – che consentono di entrare nel vivo del “fare arte”.

Sono convinto che quest’aspetto vada valorizzato e, se ben proposto, darà i frutti che un docente si aspetta. E questo approccio metodologico (che deve correre parallelo al lavoro a scuola) non dovrebbe competere solo a istituti quali il Liceo Artistico ma interessare tutte le scuole italiane, di ogni ordine e grado. Non riesco a capacitarmi del fatto che un paese come il nostro, che conserva al suo interno la parte preponderante del patrimonio artistico mondiale, non sia garante della sua fruizione a tutti gli studenti impegnati in un progetto educativo, professionale, tecnico o di altra natura. È una vera vergogna alla quale nessuno sembra porre attenzione.

Se è vero che i cittadini sono tutti uguali, a tutti spetta la tutela del “nostro” (solo perché presente sul territorio nazionale) patrimonio culturale: nessuno escluso in conseguenza del percorso scolastico intrapreso. La tutela, prodromo della corretta conservazione e valorizzazione di quanto è giunto fino a noi, passa attraverso la conoscenza che anche la Costituzione, con l’articolo 9, definisce come norma fondante.

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