Il Parato di San Giovanni: quel sibilo tra i ricami d’oro 12 Luglio 2019 – Edito in: Parola d'autore

Intervista alla curatrice del volume «Segni di maraviglia». I ricami su disegno di Pollaiolo per il Parato di San Giovanni. Storia e restauro, Licia Triolo, relativa al restauro eseguito da un gruppo di esperti dell’Opificio delle Pietre Dure.

Antonio del Pollaiolo, Banchetto di Erode, 1465-1487 circa

Antonio del Pollaiolo, Banchetto di Erode, 1465-1487 circa

Dopo una lunga gestazione, dovuta innanzitutto alla relativa freschezza dell’intervento di restauro e alla necessità di ultimare alcune importanti ricerche e precisazioni di natura storico-conservativa, è da poco uscito il tanto atteso volume che ripercorre la storia e il restauro del Parato di San Giovanni. Cosa ha comportato nella sua esperienza partecipare attivamente all’intervento di recupero di quest’opera, quindi vederne i frutti documentati in un volume che lei stessa ha orchestrato?

Avere l’onore di coordinare un lavoro così importante, sotto la direzione dei miei maestri Susanna Conti e Marco Ciatti, in collaborazione con un’istituzione museale così attenta alla cura delle opere, è stato un grande piacere, una possibilità unica di crescita professionale e personale.
La realizzazione di un volume in cui si raccoglie la mole di dati emersi dal minuzioso progetto di restauro svolto è poi, se possibile, un’emozione ancora più grande poiché offre senso compiuto al costante impegno promulgato sia nei due anni di lavoro effettivo sulle opere, sia nel resto del tempo dedicato alla ricerca.

Se dovesse menzionarne una soltanto, qual è stata per lei operativamente la difficoltà maggiore a porsi come impedimento durante la fase dei lavori sul parato?

La risposta a questa domanda è riassumibile in un solo termine: molteplicità.
Per citare alcuni aspetti a supporto di quanto detto segnalo 12 ditte di restauro, 27 opere, centinaia di analisi e immagini, circa 20 differenti professionalità (dal trasportatore al chimico, dallo storico dell’arte all’architetto che ha curato la teca espositiva). Coniugare tutti questi aspetti con l’alta specificità del progetto conservativo concepito dall’Opificio delle Pietre Dure è stata a mio parere la maggiore difficoltà, ma anche il punto di forza di questa grande campagna di restauro.

Le vicissitudini legate alla numerazione e al riordinamento delle scene che occupano i pannelli del parato (nelle sue quattro parti compositive: pianeta, piviale e due dalmatiche) sono state complesse e aggrovigliate, ma infine risolte, anche grazie a un importante aiuto da parte del paleografo Stefano Zamponi. Cosa è riuscito a scoprire lo studioso? Quanto è cambiata la sistemazione precedente dopo il suo intervento?

Premesso che l’intenzione del volume e della ricerca intorno a queste meravigliose opere tessili è di sollecitare ulteriori domande e nuove (o differenti) proposte rispetto a quanto emerso, mi sento di affermare che il restauro ha portato alla luce molti aspetti della storia del Parato che si ritenevano ormai perduti.
Il retro delle opere ha ad esempio svelato delle scritture inedite che hanno consentito, in seguito al prezioso lavoro del prof. Zamponi, di essere identificate e datate come coeve alla realizzazione delle opere; si tratta di veri e propri promemoria/appunti riguardanti la collocazione del ricamo sulla veste corrispondente.
La collocazione dei ricami sulle vesti liturgiche è un argomento a lungo dibattuto. Le informazioni emerse dallo studio e dalla misurazione millimetrica dei pannelli dopo un meticoloso distacco da supporti lignei, incrociate con la raccolta dei dati emersi dalla consulenza del paleografo, permettono oggi di affermare con buona dose di sicurezza come dovevano apparire questi capolavori alla fine del XV secolo. Tali importanti risultati saranno presto visibili anche nell’esposizione museale, studiata appositamente per accogliere variazioni apportate dalla ricerca, come queste proposte raccolte nel volume di cui stiamo parlando.

Iscrizione sul retro del pannello Incontro di san Giovanni con il Salvatore identificata dal paleografo Stefano Zamponi: "Al sudiachano drieto"

Iscrizione sul retro del pannello Incontro di san Giovanni con il Salvatore identificata dal paleografo Stefano Zamponi: “Al sudiachano drieto”

Nel volume si parla spesso della tecnica artistica dell’or nué. In cosa consiste precisamente e in quali contesti compositivi la si è storicamente applicata/la si applica ancora, preferibilmente?

Si immagini di coprire una sottilissima seta, sulla quale è riportato un disegno preparatorio di Pollaiolo, con fini filati oro stesi da una parte all’altra del tessuto in senso orizzontale. Il piano in oro risultante da questa operazione viene poi interamente coperto da punti di ricamo verticali con filati in seta policroma, tinti in molteplici sfumature e scelti dal ricamatore volta per volta come un pittore farebbe con velature di colore. L’oro, a questo punto non più visibile, fornirebbe alla seta come suo supporto una luce e una preziosità inimmaginabile e paragonabile forse soltanto agli smalti traslucidi. A completamento di questa ricchezza esecutiva si trovano le parti degli incarnati, generalmente senza fili in oro sottostanti al fine di permettere al ricamatore (erano tutti uomini) di utilizzare punti finissimi di filati in seta per realizzare ritratti e movenze in scene come dipinte.

Quali sono secondo lei gli elementi di maggior fascino artistico di quest’opera che ancora oggi, come nel XV secolo, paiono in grado di attirare e incantare l’osservatore? Per quale motivo? Ce li descriva liberamente?

Si parla spesso di creatività e made in Italy. La ricchezza del tessuto sociale e produttivo della “Firenze dell’unità delle arti”, come viene definito l’eccezionale operato artistico della città toscana proprio nel periodo della realizzazione del Parato di San Giovanni, si esprimono compiutamente in un ciclo di ricami estremamente preziosi, dove a brillare non è solo l’autore dei disegni, Pollaiolo, ma anche la ricca produzione dei ricamatori, dei tessitori e tintori, così come dell’Arte di Calimala. Il Parato di San Giovanni sa a mio parere comunicare tanti aspetti, dai più immediati, riferibili alla moda, all’arte e alle tecniche artistiche, per finire con temi sociali e di comunicazione, tanto importanti per noi oggi. Il visitatore e il lettore potranno approfondire lo scorcio di un secolo attraverso i delicati ricami e le particolari immagini in alta definizione proposte sia nella sede espositiva che nel testo.

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