Intervista a Stefano Antonio Marchesi 20 Novembre 2020 – Edito in: Parola d'autore – Autore: Maria Cecilia Del Freo

Stefano Antonio Marchesi è nato a Milano nel 1964. Avvocato di professione e collezionista per passione, è autore per Mandragora di Valguarnera. Una storia barocca (2020)

La prima domanda è d’obbligo: com’è nato Valguarnera. Una storia barocca?

Il libro è nato da una mostra che visitai a Roma, presso l’Académie de France nel 1994/1995, dal titolo “Roma 1630. il Trionfo del pennello”. Ero agli inizi della mia collezione e vidi i primi quadri documentatamente di Valguarnera. Mi incuriosì il fatto che non fosse il solito cardinale o principe e da allora, negli anni, ho approfondito le fonti storiche e mi sono sempre più appassionato alla sua vicenda umana e collezionistica. Più mi addentravo nella pittura del Seicento, più mi pareva di comprendere le sue scelte in materia d’arte.

Nell’introduzione scrive che Fabrizio Valguarnera, il protagonista del libro, acquistava dipinti – creandosi molti problemi – non per soldi, fama, investimento o istinto compulsivo ma «per vivere»: che cosa intende esattamente?

Intendo dire che l’arte è lo strumento laico per una riflessione sulle grandi domande esistenziali. Collezionare quadri diviene dunque acquisire un medium quotidiano per approfondire la riflessione su se stessi e sul mondo che ci circonda. E questo rapporto tra il collezionista e i suoi dipinti diviene imprescindibile. Ogni collezionista ha la sua “stanza” dove appende alle pareti pezzi di sé, del suo pensiero, del suo modo d’essere… insomma della sua vita.

Quanto la sua passione per i dipinti italiani del Seicento ha influenzato il percorso di scrittura di questo libro?

È stata fondamentale da un duplice punto di vista. Anzitutto perché mi ha consentito di comprendere il secolo in cui visse Valguarnera: non si può collezionare dipinti di un secolo passato se non se ne approfondiscono la storia, l’architettura, la musica, il teatro, la letteratura, i costumi. Non si potrebbe mai giudicare un’opera del Seicento secondo i canoni estetici (in senso ampio, anche di significato e non solo di forma) di oggi. Sarebbe un errore imperdonabile. Poi perché mi ha consentito di entrare nella “stanza”, di cui parlavo prima, di Valguarnera collezionista.

Il suo mestiere principale è quello di avvocato; che cosa l’ha spinta a diventare anche autore e che cosa trova nella scrittura?

È una domanda difficile e cercando di semplificare potrei dire che sono stato spinto dalla necessità di scrivere per il gusto di comunicare con altri esseri umani, senza una finalità pratica: un avvocato scrive tutti i giorni per sostenere le proprie tesi e “ottenere” qualcosa, cioè principalmente una sentenza favorevole al proprio cliente.

Nella scrittura trovo il modo di esprimere me stesso, attraverso i personaggi, i luoghi e le situazioni in modo disinteressato.

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