Un anno con l’arte 30 Novembre 2020 – Edito in: Parola d'autore – Autore: Maria Cecilia Del Freo

Andrea De Marchi è professore ordinario di Storia dell’arte medioevale e coordinatore del Dottorato regionale in storia delle arti e dello spettacolo all’Università di Firenze. Formatosi a Siena con Luciano Bellosi, la sua produzione scientifica è vastissima: è autore di numerosi articoli su riviste specializzate, monografie e curatore di mostre e cataloghi.

Professore, negli anni abbiamo imparato ad apprezzarla per le sue pubblicazioni e la curatela di mostre importanti (per citarne solo una la recente “Verrocchio, il maestro di Leonardo”, insieme a Francesco Caglioti per Palazzo Strozzi a Firenze), che cosa l’ha spinta a lanciarsi in un progetto come Artgram 2021?

Veramente ho iniziato a postare immagini e commenti su Instagram quasi per caso e per gioco, nell’aprile del 2019 (infatti il mio profilo si chiama andrea.demarchi2019), durante un viaggio in macchina attraverso la Penisola iberica e la Provenza, per riportare a casa mia figlia Ilaria, reduce da un soggiorno erasmus in Portogallo. Lei era stufa di essere bombardata, come tanti amici e allievi, da immagini di opere d’arte che condividevo su Whatsapp e così mi ha dirottato su Instagram. La colpa iniziale è tutta sua, perché io non ho mai frequentato Facebook ed ero diffidente di fronte a qualsiasi social, soprattutto verso certi agoni di massa dove regna la violenza verbale e la denigrazione anonima. Per me il mestiere dello storico dell’arte si alimenta dall’esercizio quotidiano di vedere e rivedere le opere (come diceva per la letteratura un maestro come Giuseppe De Robertis, “leggere e rileggere”, instancabilmente), non solo in foto, ma dal vero. E fotografarle (e ora si possono fare foto notevoli anche con un banale iPhone), ritagliando dettagli speciali, provando angolazioni insolite ed effetti inattesi della luce. Tutto ciò è un esercizio critico, in qualche modo. Stimola ragionamenti e collegamenti. È l’ossatura di tutta la storia dell’arte. Ora Instagram mi si è rivelato immediatamente uno strumento congeniale, congeniale a ciò che io volevo trasmettere agli altri della mia lettura, anche nell’insegnamento universitario che pratico ormai da un quarto di secolo, perché consente collegamenti immediati con un testo, perché permette di montare dei confronti. Ora mi sono chiesto se non fosse giusto lasciare una traccia meno effimera e provare a fissare alcuni di questi fotogrammi, istantanee che nascono sempre da foto mie e quindi dall’esperienza diretta dell’opera d’arte (in presenza, come si direbbe tristemente ora!) e che nel post di Instagram contemplano per me sempre l’unione di testo e immagine, visività e ragionamento. Può sembrare anacronistico e anzi ontologicamente contradditorio voler pubblicare dei post di Instagram, farne un libro, ma invece spero che sia una bella sfida. L’idea che ho avuto assieme a Mario Curia di conferire la forma di un’agenda mi è sembrata buona, perché quel genere conserva, nella strumentalità di un calendario giornaliero per prendere appunti, quella dimensione provvisoria che Instagram ha in sé. E però questo è un libro a tutti gli effetti. Forse è una sfida per ribadire come il libro, il testo e l’immagine fissati sulla carta, siano sempre attuali, abbiano comunque un valore insostituibile e possano aiutare a raccogliere ciò che di più valido i mezzi social più effimeri possono contenere. Non solo come contenuti, che non si debbono disperdere, ma anche per sperimentare forme di comunicazione meno canoniche, la cui rapidità non sia solo e semplicemente sinonimo di superficialità. In Artgram 2021 propongo una serie di corto-circuiti fra immagini e pensieri, organizzati secondo un percorso diacronico, quasi come una provocatoria storia generale dell’arte, soggettivamente rielaborata, e proposta a fruitori di livello e preparazione anche molto diversi. Non senza in coda alcune provocazioni sia sul metodo dei nostri studi, sia sulla loro responsabilità per salvare il patrimonio minacciato.

 Qual è l’obiettivo, o gli obiettivi, che si pone di raggiungere con questo calendario giornaliero?

Noi abbiamo uno sguardo sempre più frettoloso e leggero. Proponendo dei particolari (ma spesso anche col raccordo all’intero, sia pure piccolino) vorrei far notare cose che possono facilmente sfuggire. Commentando questi dettagli in maniera breve ma puntuale, proponendo dei raffronti, spero di stimolare un certo modo di accostarsi alle opere, di perlustrarle e interrogarle, di invitare e anzi addestrare a fare altrettanto, perché i particolari da notare sono infiniti e le cose da capire non meno! A muovermi, non lo nascondo, è un intento didattico. Io penso anche ai miei allievi, a quello che vorrei loro non solo capissero, ma imparassero a fare autonomamente. In qualche modo vorrebbe essere un’operazione maieutica. Poi se questo Artgram 2021 sarò o meno un esperimento riuscito, servirà a qualcosa, trasmetterà degli stimoli o meno, saranno gli altri a dirlo.

Nella sua introduzione, afferma che spesso ci sia un pregiudizio secondo il quale gli storici dell’arte si rivolgono solo a un pubblico di specialisti in un linguaggio iniziatico. Ricorrere però a un social network, molto diffuso, per promuovere conoscenza sembra la riprova che questo pensiero comune non sia davvero fondato.

 Non sono l’unico storico dell’arte a ricorrere a Instagram per comunicare proprie interpretazioni (addirittura io propongo talora pure inediti e nuove attribuzioni, provocatoriamente!). Tra tanti ammiro soprattutto Keith Christiansen e Bastian Eclercy, due bravissimi storici dell’arte e due uomini di museo (Metropolitan Museum di New York e Städel di Francoforte). Forse non è un caso che siano loro, e non dei professori universitari, a sperimentare le potenzialità di questo mezzo. Ma anche l’insegnamento accademico si deve svecchiare, non può limitarsi nel migliore dei casi a difendere orgogliosamente le terre bonificate dall’alta filologia, rispetto alle acque salse che le stanno ormai aggredendo da tutte le parti. In questo volume, come in generale nei miei post su Instagram, ho volutamente mescolato osservazioni molto generali con altre assai specialistiche, sperando così di rivolgermi in modi specifici a pubblici diversi. In principio mi interessa far parlare l’opera, non sovrappormi. È quanto spero di aver imparato dal mio maestro, Luciano Bellosi, che a sua volta aveva imparato da Roberto Longhi. Il genere a cui questi testi vorrebbero assimilarsi è la didascalia informativa ma al contempo l’ekphrasis, che è la sfida maggiore per una storia dell’arte che sia viva, cioè “arte di parlare dell’arte”, con una qualità del dettato che se non è il “corrispettivo verbale” predicato da Longhi, inimitabile, sia almeno in grado di far scattare emozioni e suggestioni che si alimentano dalla scintilla fra quelle parole e l’immagine dell’opera.

Come valuta l’approccio verso le opere d’arte, e l’arte in generale, in questo momento storico?

In generale lo valuto molto negativamente. Assistiamo a un singolare paradosso. Mentre gli studi, sia pure come sempre divisi fra studi seri e fumisterie, conoscono una stagione di grande vitalità, stanno tentando ricostruzioni inedite miranti a ricomporre tessere disperse e contesti smembrati, con attenzioni sempre più sofisticate e analitiche, il consumo medio delle opere d’arte non esce dai luoghi comuni e dalla feticizzazione di alcuni genii e di alcune opere, estrapolati dal tessuto screziato e multicolore della storia, degli idola tribus facilmente strumentalizzabili e spendibili. Gli studi si applicano sempre più ai contesti, la comunicazione di massa all’opposto azzera il senso del contesto, estrapola, brutalizza e semplifica. Volutamente in Artgram 2021 parlo di Donatello o Leonardo, ma anche di Giovanni da Piamonte o di Tommaso Cagnola, di grandissimi e di minori. La cultura storico-artistica media è sempre molto povera e lo si intuisce dalle gaffes in cui periodicamente incappano uomini pubblici, amministratori e politici. Si sottovaluta un patrimonio sterminato che può riservare l’emozione della scoperta inattesa, anche dietro casa. Eppure esiste una sensibilità diffusa, nella cultura medio-alta, per la bellezza “sporca” di opere d’arte che innervano le nostre città, plasmano i nostri paesaggi. Si tratta solo di attivarla questa sensibilità, di incoraggiarla, di offrirle degli strumenti. Questa è la sfida del futuro, da cui dipende la stessa sopravvivenza del gigantesco patrimonio che ci è affidato, diramato nei mille borghi spersi fra l’Appenino e le coste, fra le colline e le Alpi, e che soffre sempre di più. Se i riflettori sono puntati solo su Pompei e su Caravaggio, se non si costruisce una cultura diffusa sensibile al valore integrato delle opere connesse ai luoghi e ai monumenti e ai paesaggi, non c’è speranza. Ora, con questo volume vorrei, nel mio piccolo, dare un contributo anche a questa causa. Così come cerco di fare ogni giorno, col mio insegnamento all’università e con i miei studi. E con i post su Instagram!

 

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