Gli Umani nell’arte di Francesco Romiti: un’indagine senza fine 25 Gennaio 2019 – Edito in: Dentro il libro – Autore: Francesca Mazzotta

I due frammenti che seguono, rispettivamente tratti dall’introduzione di Tomaso Montanari e da quella di Eva di Stefano al volume Umani. Francesco Romiti, catalogo della mostra che si terrà a San Salvi dal 7 al 17 febbraio (prorogata fino al 24 febbraio), raccontano questo artista irregolare.

 

I.

Francesco Romiti - Studio di volti, olio su masonite

Francesco Romiti – Studio di volti, olio su masonite

L’equazione tra vita e opera è sempre pericolosa, e spesso rischia di nascondere più di quanto non riveli: ma nel caso di Francesco Romiti questa assoluta coincidenza è fin troppo dolorosamente eloquente. Anzi, nella sua coazione a riempire di colori e figure ogni superficie possibile è evidente la tensio-ne a ri-formare il mondo, quasi fosse possibile farlo ri-colorandolo e ri-disegnandolo tutto. E in quest’ottica i volti, fermati in tutte le tecniche, fino a quelli, meravigliosi, definiti con sicura velocità attraverso la spatola, sembrano davvero il gesto di un alter deus, un artista divino – secondo la tradizione rinascimentale – impegnato a ri-creare l’umanità, stavolta un’umanità umana, capace finalmente di “capire”.

 

II.

Francesco Romiti - Umani, serie di 50 disegni, penna su retro di manifesto

Francesco Romiti – Umani, serie di 50 disegni, penna su retro di manifesto

Sono tutti volti “veri” di umani con i quali Francesco Romiti comunica anche affettivamente attraverso il di-segno, provando a restituire loro un’individualità libera invece di un’identità imposta e uniforme. Oppure rendendo evidente nella gabbia martellante dei segni lo squilibrio, il conflitto tra l’esperienza dell’io e l’esperienza del noi, una catastrofe senza fine, il ghigno di un’identità terremotata, il gorgo della “frantumaglia”. Ciò nonostante, negli occhi di tutti resta sottesa la domanda fatidica “Donde veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” e ci risucchia.

Nel primo caso, la premessa è che far coincidere la vita con l’opera di un artista è “pericoloso”. Perché? Forse perché non si può dire tutto della vita nell’opera o perché l’opera è per sua natura insufficiente a imitare la vita. Fatto sta che, in Francesco Romiti, quest’equivalenza invece esiste, ed è forte. Nel suo caso vita e arte vanno di pari passo, nella misura in cui la seconda serve a liberare le redini della prima, a darle un senso e un’espressione degna. Ma c’è di più: a reggere il bisogno di esprimersi artisticamente, sta in Francesco Romiti la convinzione di avere in mano gli strumenti per “ri-creare” il mondo – un mondo più bello, più vicino ai nostri desideri, più “amico”. E il mondo lo fa l’uomo: ecco allora che la mano dell’artista sceglie di ritrarre, come fonte d’ispirazione preferita, il volto dell’essere umano, contrito, imperscrutabile; e, dall’altro lato, un volto capace di ascoltare chi lo interfaccia.

Nel secondo frammento, la studiosa Eva di Stefano sostiene che a legare Francesco Romiti alla propria arte sia anche una forma d’amore. Un’ostinazione affettuosa a voler abbracciare l’uomo, con tutte le sue contraddizioni. Un tentativo di liberarlo mettendo in evidenza la gabbia dei suoi percorsi psichici, i percorsi paradossali della sua mente. Perché, alla fine dei salmi, nella libertà come nella costrizione, resta identica la domanda – Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

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