Caro papà… io sono contento – sono convinto che un giorno trionferò.
Lucio Fontana: Lettera al padre
16 Luglio 2019 – Edito in: Dentro il libro – Autore: Francesca Mazzotta

Di seguito si propone la citazione di una lettera di Lucio Fontana rivolta al padre. Con essa esordisce il saggio di Valentina Spata (dal titolo Parole, segni e disegni nel perimetro dell’arte di Lucio Fontana) che introduce il catalogo Lucio Fontana. Los orígenes, di cui la studiosa, assieme a Chiara Barbato, è anche curatrice. La omonima mostra, che si terrà presso il Museo Castagnino + Macro di Rosario (Santa Fe, Argentina) fino al 21 agosto, nasce su iniziativa della Società Dante Alighieri e si inserisce nella cornice del suo ottantatreesimo Congresso Internazionale, programmato quest’anno proprio a Buenos Aires.

Seminare un germoglio di cultura italiana nel mondo, che è priorità e principio ispiratore della Società Dante Alighieri, in questo caso ha significato gettare nuova luce su un nome, una mano precisa – quella di Lucio Fontana. Il catalogo, dunque, orchestra penne eloquenti (le voci di Alessandro Masi, Chiara Barbato, Valentina Spata, Italo Tomassoni) condensandone l’inchiostro in un obiettivo comune: dire le origini dell’artista italo-argentino attraverso la parabola infinita dei suoi disegni.

Lucio Fontana nel suo primo studio milanese di via De Amicis, 1933

Lucio Fontana nel suo primo studio milanese di via De Amicis, 1933

Caro Papà,
ti faccio gli auguri affettuosissimi pei giorni di Natale fine d’anno e principio che tu vada incontro alla felicità che ti meriti – scusami se non ti scrivo – ho notizie continue tue da mamma e spero che ti daranno pure le mie – io lotto si può dire con la fame ma questo non ti deve preoccupare – io sono contento – sono convinto che un giorno trionferò – e più grande sarà la mia soddisfazione – riuscire di qualità e non da pusillanimi. Da strasciato sì – si finisce col smascherarsi – il mio metodo è più duro ma più giusto – è una lotta come nella trincea – si viveva di fame e di fango ma gloriosi.

Sono parole, quelle di Lucio Fontana a suo padre, cariche di tenerezza filiale e coraggio. Le si immaginano intridere la carta in un mattino o un pomeriggio o a tarda notte, di certo in un’ora gelida: 15 dicembre 1933, pieno inverno, Milano; forse la stufa non era sufficiente, e il freddo, salendo alle mani, confondeva la foga di stabilire un contatto epistolare con la necessità di muovere compulsivamente le articolazioni. «Io lotto si può dire con la fame ma questo non ti deve preoccupare – io sono contento»: in queste righe rivivono gli spasimi di un altro pioniere dell’arte novecentesca, Ungaretti (che «non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita», aveva scritto una quindicina di anni prima in Veglia, dal buio fitto della trincea).

Pertanto, «è una lotta come nella trincea – si viveva di fame e di fango ma gloriosi», così si conclude la confessione di Lucio Fontana. Del poeta di Alessandria vibra, nella sua lettera, la stessa vertigine, lo stesso fiato sospeso sul limite tra il prima e il dopo, tra il certo e l’ignoto. Il prima di Fontana: un conforto, la maestria paterna, l’apprendistato presso la bottega di famiglia, un tetto sicuro ricordato con gratitudine e commozione. Il suo dopo: l’incerto a cui lo chiama quella fame, quella brama – sperimentare, sperimentarsi in sentieri mai imboccati, che alcun segnale stradale indica; semmai, lo fa un divieto d’accesso.

Lucio Fontana - Colombe, farfalle, pesci, torso antico e Medusa, particolare

Lucio Fontana – Colombe, farfalle, pesci, torso antico e Medusa, particolare

Scriveva Petrarca, «Seguite i pochi, et non la volgar gente» – cosa avrà voluto dire? Che conformarsi è male? Coi due versi precedenti della terzina petrarchesca il significato era all’incirca: “se avrete l’intenzione di conoscere uno stato d’animo sereno, prima della fine della vita, seguite i pochi e non la gente comune”. Di certo, la fame anticonformista che portò Lucio Fontana, come osserva nel suo saggio Valentina Spata, non tanto a nutrirsi di sur-realtà come i coevi surrealisti, bensì «a cibarsi di realtà», gli sarebbe stata cruciale, e presto avrebbe reso il suo nome un simbolo, “alto levato” sulla bolgia. A toccare il cuore è allora, forse, quel tenero e insieme audace presentimento, dove riecheggia, stavolta, uno dei motivi più celebri dell’opera lirica italiana (precisamente, nessun dorma, apice celeberrimo della pucciniana Turandot): «sono convinto che un giorno trionferò».

Dal catalogo