Margherita Guidacci, un’esigenza di chiarezza 7 Ottobre 2019 – Edito in: Dentro il libro – Autore: Marco Salucci

Gloria Manghetti, direttrice del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux, presenta a sua firma sul numero 73 dell’Antologia Vieusseux, una ricognizione critica sulla poetica e la fortuna di una autrice tra le più significative del nostro Novecento, Margherita Guidacci. Le pagine di Manghetti sembrano stimolare la domanda su chi in questi tempi così chiassosi possa ancora nutrire il desiderio di interrogare la sfinge, bussare alla porta di una poesia tanto intima, concentrata nella ricerca introspettiva di significati. Il messaggio della Guidacci oggi sembra destinarla a una posizione laterale per la sua assenza di materialità, allo stesso modo in cui, al tempo in cui scaturiva, si rivelava non coniugabile con la poesia ermetica per l’assenza di evocatività sonora.
Eppure – e questo sembra il messaggio più profondo – è una poesia che ha profondamente a che fare con noi stessi, nel suo interrogare la dimensione della fede, dell’esistenza e dell’anima, in cui siamo atemporalmente immersi. Con in aggiunta un’esigenza di chiarezza, quella sì senza dubbio contemporanea e impellente.

Georges Rouault - Crepuscolo - 1937 New York Metropolitan Museumof Art

Georges Rouault – Crepuscolo – 1937 New York Metropolitan Museumof Art

 

Dall’articolo di Gloria Manghetti

“Evidentemente, dove prima c’erano delle strade, ora ci sono dei burroni, il paesaggio spirituale dell’uomo è stato sconvolto in una maniera di cui sarebbe vano cercare le cause – se ne possono trovare solo dei sintomi – nei singoli individui. Le cause vanno cercate in un ambito più vasto, sono ragioni di cultura. | La nostra civiltà, a differenza di quella del passato, che aveva un carattere unitario, è fortemente scissa, venendo al termine di tante successive ondate individualistiche e disintegranti […], si è verificato in essa un fenomeno che chiamerei la moltiplicazione degli assoluti. | Per un uomo politico, oggi, l’assoluto è la politica, ed egli si sente autorizzato a non interessarsi d’altro. Per lo scienziato, l’assoluto è la scienza. Per il tecnico è la tecnica, e così via. La poesia sì che è stata considerata un assoluto, dall’eresia di Mallarmé in poi! E poiché rientra in un ordine spirituale, è stata, più di qualsiasi altra cosa, confusa con la religione e messa al suo posto.

Questo «carattere ambiguo ed equivoco» non può non turbare le «anime veramente e profondamente religiose» portate a vedere nella poesia «un idolo antagonista, che ruba qualcosa di dovuto al loro Dio, anziché uno strumento attraverso il quale Dio può essere glorificato». Impossibile non richiamare l’interpretazione data a tale proposito da La Pira che a più riprese, in pubblico e in privato, ha affermato che «l’arte deve essere come l’evangelo: rivelatrice di Dio: è questa la sua essenza ed il suo unico e vero destino». E Margherita Guidacci, indipendentemente dalle soluzioni individuali, sprona con ferma determinazione «a una revisione e un riaggiustamento di quei valori culturali che nel modo e nelle proporzioni in cui li abbiamo ricevuti, soggiacciono oggi ad un’ambiguità di cui solo i mezzi-poeti e i mezzi-religiosi si possono rallegrare». Temi e tensioni sempre in sintonia con i moti più autentici del suo intimo sentire: gli affetti familiari, il calore dell’amicizia, gli enigmi dell’esistenza, lo scorrere del tempo, il pensiero della morte costantemente presente e il mistero dell’al di là.

Da parte di alcuni si è voluto rintracciare nel nichilismo di Heidegger la radice della stessa vita religiosa della Guidacci; altri hanno piuttosto calcato la mano sulla sua fede nel valore evangelico della parola e nella poesia come forma di conoscenza; altri ancora hanno parlato di una liricità mai liturgica o trattatistica, bensì in un continuo dialogo che «da un certo momento in poi ha intrapreso la strada formale di un realismo cristiano per condurre a maturazione gli imperativi etici», tali da riguardare, con pari dignità, i grandi eventi e la vita umile e quotidiana di popoli e generazioni. In questo contesto piace sottolineare che a contribuire a rendere singolare la sua voce poetica è la charitas che tutta la investe di sé, in una ‘comunicazione’/‘comunione’ con gli altri, condizione prioritaria per Margherita Guidacci che non a caso, pur consapevole di andare contro corrente, si è «sforzata di esser chiara»:

Poteva darsi benissimo che i miei libri restassero in un deserto, vi ero preparata, e infatti vi sono in gran parte restati; ma chi li incontrava doveva sentire che si trattava, appunto, di un incontro, e non di un vano incrociarsi.

Un lascito, quello della poetessa fiorentina, oggi più che mai prezioso nella sua eloquente semplicità, tutto racchiuso nel messaggio umano e letterario da lei stessa rivolto in versi All’ipotetico lettore:

Ho messo la mia anima fra le tue mani. | Curvale a nido. Essa non vuole altro | che riposare in te. | Ma schiudile se un giorno | la sentirai fuggire. Fa’ che siano | allora come foglie e come vento, | assecondando il suo volo. | E sappi che l’affetto nell’addio | non è minore che nell’incontro. Rimane | uguale e sarà eterno. Ma diverse | sono talvolta le vie da percorrere | in obbedienza al destino.”

Margherita Guidacci

Margherita Guidacci

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