“Non ci servono occhiali per piangere”: Firenze e la lingua secondo Pier Francesco Listri 13 Maggio 2019 – Edito in: Dentro il libro – Autore: Francesca Mazzotta

Misteriosa è la lingua, la sua evoluzione, i suoi lapsus, le sue censure, le scialuppe di salvataggio che getta da sempre a vantaggio di una parola negandole nel frattempo a un’altra. La lingua dice il popolo macchiato di terra, intinto di storia, dice la coloritura di sentimenti, lo spessore di valori dispiegatisi attraverso i secoli.

Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, padri della lingua fiorentina, negli affreschi di Andrea del Castagno per Villa Carducci.

Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, padri della lingua fiorentina, negli affreschi di Andrea del Castagno per Villa Carducci.

 

Firenze della lingua

In dieci movimenti Pier Francesco Listri ci racconta Firenze. Ce ne dona un panorama variopinto a seconda del punto di vista adottato: Firenze di pietra, Firenze delle piazze e dei palazzi, Firenze di verde, Firenze d’acqua, Firenze della lingua, Firenze della fede, Firenze artigiana, Firenze della scienza, Firenze degli altri, I dintorni di Firenze. Il passo che segue è tratto dal capitolo Firenze della lingua:

Cosimo il Vecchio de’ Medici era solito, in tarda età, stare ad occhi chiusi anche parlando o ascoltando; avendogli chiesto la moglie perché, egli rispose: “Per avvezzarmici”.

Con un salto di tempo, siamo al 1966, durante la tragedia dell’alluvione. Su un negozio di ottica devastato, pieno d’acqua e di fango, il proprietario mise un cartello: “non ci servono occhiali per piangere”.

A chi scrive, anni fa, una mattina di gelo, entrando al giornale e commentando il freddo con il portiere, quello laconico rispose: “Afa ‘unn’è”.

Questo non vuol dire che i fiorentini siano migliori degli altri, ma che hanno un modo diverso di esprimere pensieri e stati d’animo. Un modo conciso e ricco d’ironia. Perché? Si può dire, e si suole dire, perché Firenze è il luogo dove è nata la lingua italiana, ma il punto è che mentre ogni regione italiana ha il suo dialetto, cioè un sistema linguistico diverso rispetto a quello dominante, Firenze possiede non un dialetto ma un vernacolo, cioè un linguaggio popolare che discende e non tradisce la lingua parlata.

Il caso della Toscana, sottolinea Listri nell’estratto di testo sopra riportato, è peculiare: si tratta dell’unica regione del paese priva di dialetto. La regione madre dell’italiano, dove i letterati si ritirarono per apprendere il bel parlare, la sua musica perfetta, come Manzoni, trasportatovi dall’improvvisa esigenza di “sciacquare i panni in Arno” affinché I Promessi Sposi trovassero la loro forma definitiva; la regione che tanto quanto ispirò l’arte, allo stesso modo si tenne stretti i suoi abitanti, ad essa vincolati da una lingua oscillante tra l’annodato linguaggio dialettale e la lingua uniforme nazionale: il vernacolo, lingua figlia del parlato, di quella dimensione aerea dove la parola pare disperdersi impercettibilmente. Ma ciò non accade: rimane adesa e fedele, radicata nella memoria popolare, in un motto di spirito, in un’occhiata ironica lanciata alla storia. Rimane e diventa firma di un’appartenenza, filo rosso, tradizione autentica.

Decameron manoscritto

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